Donne e lavoro: sensazione di precarietà.

Elena Codeluppi.

Ancora oggi, la stampa italiana veicola rappresentazioni discriminatorie della figura femminile, nonostante una crescente sensibilità al tema della parità di genere. Articoli come “Maternità: 1 donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio” (“Corriere Quotidiano”, 11 maggio 2024), “Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2024” (“Save the Children”, 10 maggio 2024), e “L’Italia non è un Paese per madri lavoratrici: tutti i numeri” (“TPI”, 8 maggio 2024) descrivono le donne principalmente nel ruolo di madri che affrontano ostacoli e sacrifici nella conciliazione tra vita professionale e familiare.

Uno dei problemi che affronteremo è la polarizzazione della figura femminile: l’articolo “Vittime o Wonder Woman: nei media manca la rappresentazione delle donne comuni” (Alley Oop – Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2024) mette in evidenza come i giornali italiani tendano a ridurre la figura femminile in due sole possibilità: o vittima da compatire o donna straordinaria che riesce a eccellere in ogni ambito. Questa dicotomia impedisce la rappresentazione delle donne comuni, lavoratrici, professioniste e madri che affrontano la quotidianità senza necessariamente rientrare in una delle due categorie estreme. Tale assenza contribuisce a una visione distorta della realtà, che rafforza le narrazioni stereotipate già presenti nei media.

Stereotipi e discriminazioni raccontano le donne e il lavoro come inconciliabili.

I giornali italiani spesso oscillano tra stereotipi tradizionali e nuove modalità rappresentative, generando tensioni tra progresso e conservazione. Le figure femminili rimangono spesso intrappolate in categorie rigide: vittima o eroina, fragile o aggressiva, assente o iper-presente.

Queste categorizzazioni vengono rafforzate da strategie linguistiche e figure retoriche che contribuiscono alla discriminazione di genere. Ad esempio, articoli come “Maternità: 1 donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio” (Corriere Quotidiano, 11 maggio 2024) utilizzano espressioni come “il peso della maternità” o “il sacrificio delle madri”, enfatizzando la maternità come un ostacolo naturale e ineluttabile alla carriera. Analogamente, in “Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2024” (Save the Children, 10 maggio 2024) si legge di madri “eroine del quotidiano”, una retorica che dipinge la donna come un soggetto che deve faticosamente resistere, piuttosto che come una professionista meritevole di diritti garantiti.

Anche il lessico emotivo contribuisce a rafforzare stereotipi: articoli come “Lavoro, donne penalizzate su stipendi e carriera quando nasce figlio” (Sky TG24, 25 settembre 2024) parlano di “madri coraggio” e “madri in difficoltà”, lasciando intendere che la condizione lavorativa della donna sia inevitabilmente legata alla sofferenza e alla resilienza. In contrasto, il linguaggio utilizzato per descrivere la carriera maschile è più neutro e razionale, con termini che richiamano leadership e ambizione.

Infine, l’uso delle immagini nei giornali contribuisce alla discriminazione visiva: nei reportage su donne e lavoro, come in “Donne e lavoro, porte e tetti di cristallo che separano l’Italia dall’Europa” (Il Sole 24 Ore, 8 settembre 2024), le donne vengono spesso ritratte con bambini, in ambienti domestici o con espressioni preoccupate, mentre gli uomini sono mostrati in contesti lavorativi, con abiti formali e pose decise. Questo tipo di narrazione visiva rafforza la percezione della donna come figura subordinata nel mondo professionale.

Il linguaggio costruisce un immaginario collettiva negativo della donna lavoratrice.

Il quadrato semiotico, introdotto dal semiologo Algirdas Julien Greimas, è uno strumento utile per analizzare le opposizioni concettuali all’interno di un sistema di significati. Questo schema consente di mappare le rappresentazioni dominanti di un determinato tema, mettendo in luce non solo le dicotomie principali, ma anche le sfumature e le ambivalenze presenti nel discorso pubblico. Applicando il quadrato semiotico alla rappresentazione della donna nei giornali italiani, possiamo individuare quattro modalità di rappresentazione: la donna valorizzata, la donna svalutata, la donna idealizzata e la donna invisibile. Ognuna di queste categorie permette di comprendere come i media contribuiscano alla costruzione dell’immaginario collettivo sulla figura femminile, influenzando la percezione sociale della donna e del suo ruolo nella società.

  • Termine positivo (donna valorizzata): questa categoria include le rappresentazioni che raffigurano le donne come soggetti autonomi e competenti. Tuttavia, tali narrazioni sono spesso accompagnate da una retorica della fatica. Ad esempio, “Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2024” (Save the Children, 10 maggio 2024) racconta di madri che riescono a conciliare lavoro e famiglia, ma sempre a prezzo di enormi sacrifici.
  • Termine negativo (donna svalutata): qui rientrano le rappresentazioni in cui le donne sono viste come subordinate o incapaci di gestire le sfide lavorative. “Maternità: 1 donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio” (Corriere Quotidiano, 11 maggio 2024) sottolinea come il ruolo materno venga spesso raccontato come un ostacolo che spinge molte donne fuori dal mercato del lavoro, rafforzando l’idea che la maternità sia incompatibile con la carriera.
  • Termine complesso (donna idealizzata): in questa categoria troviamo le narrazioni che esaltano la donna in modo irrealistico, creando aspettative irraggiungibili. “Donne e mamme: criticità e diritti negati” (Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2024) e “Italia, il lavoro è (ancora) un affare da uomini” (Panorama, 8 marzo 2025) mostrano come le donne vengano spesso rappresentate come figure eroiche, capaci di bilanciare ogni aspetto della loro vita senza difficoltà.
  • Termine neutro (donna invisibile): assente, non rappresentata, esclusa dalla narrazione pubblica, priva di riconoscimento o visibilità. Il problema della mancanza di rappresentazione delle donne comuni emerge chiaramente nella copertura giornalistica. In “La difficile conciliazione tra carriera e maternità” (La Repubblica), si evidenzia come il dibattito pubblico si concentri su figure femminili eccezionali o su donne in difficoltà estrema, lasciando invisibili le esperienze della maggioranza delle lavoratrici.

Attraverso questo quadrato emerge come la stampa italiana alterni continuamente tra idealizzazione, svalutazione, invisibilizzazione e valorizzazione autentica. L’uso selettivo del linguaggio e la scelta delle notizie rafforzano dinamiche discriminatorie, marginalizzando ulteriormente le donne o caricandole di aspettative irrealistiche.

I media hanno sicuramento un ruolo cruciale nel plasmare le percezioni sui ruoli di genere. Eppure, il 58% degli italiani ritiene che le tematiche di genere siano trattate in modo inadeguato, perpetuando stereotipi e discriminazioni. Questa rappresentazione distorta non solo sminuisce il ruolo delle donne, ma ostacola anche il loro pieno riconoscimento nel mondo del lavoro. È quindi essenziale promuovere una narrazione mediatica più equa e inclusiva, che valorizzi le competenze e le aspirazioni delle donne, contribuendo a una società più giusta e paritaria.

Anche questo è un problema di politicamente corretto?

Ormai è risaputo: il linguaggio non è mai neutro. È uno strumento potente che non solo descrive la realtà, ma la plasma attivamente. Se ne siamo tutti consapevoli, perché allora i giornalisti continuano a utilizzarlo in modi che perpetuano stereotipi sulle donne?

Forse la risposta risiede nei numeri. Secondo un’analisi del 2023, su 57 quotidiani nazionali e locali italiani, solo 2 sono diretti da donne, pari al 3,5% del totale. Anche considerando che una di queste, Agnese Pini, dirige tre testate, si arriva a 4 quotidiani su 57, ovvero il 7% del totale. La situazione non migliora di molto nei settimanali, dove su 36 testate solo 6 (16,7%) hanno una direttrice, e nei mensili, dove su 37 testate 17 (45,9%) sono dirette da donne. ​

Inoltre, un rapporto del 2025 evidenzia che, tra le 50 principali testate giornalistiche italiane, solo in due casi il ruolo di direttore è ricoperto da una donna. Questo squilibrio si riflette nella prospettiva dominante nelle redazioni, dove la narrazione femminile è spesso polarizzata: vittima o Wonder Woman, fragile o aggressiva, madre esemplare o carriera spietata.​

E chi non rientra in questi schemi? Invisibile. Il giornalismo italiano fatica ancora a raccontare le esperienze reali delle donne che ogni giorno lavorano, lottano e cercano spazio e riconoscimento.​ Forse è giunto il momento di cambiare prospettiva. Dare voce a chi è vittima di questi stereotipi, permettere alle donne stesse di raccontare le proprie esperienze e rompere il monopolio maschile della narrazione. Perché se il linguaggio crea la realtà, allora dobbiamo smettere di accettare una realtà che non ci rappresenta.

Corpus di analisi

  • 8 marzo 2024 – “Lavoro e maternità, in Italia le donne sono ancora costrette a scegliere”, Wired
  • 15 marzo 2024 – “La difficile conciliazione tra carriera e maternità”, La Repubblica
  • 8 maggio 2024 – “La maternità impossibile delle donne italiane”, TPI
  • 10 maggio 2024 – “Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2024”, Save the Children
  • 10 maggio 2024 – “In Italia 1 donna su 5 lascia il lavoro dopo la maternità”, QuiFinanza
  • 11 maggio 2024 – “Maternità: 1 donna su 5 lascia il lavoro al primo figlio”, Corriere Quotidiano
  • 13 maggio 2024 – “Donne e mamme: criticità e diritti negati”, Il Sole 24 Ore
  • 25 settembre 2024 – “Lavoro, donne penalizzate su stipendi e carriera quando nasce figlio”, Sky TG24
  • 4 dicembre 2024 – “Per 4 donne su 10 la maternità è un ostacolo al lavoro”, ANSA
  • 8 settembre 2024 – “Donne e lavoro, porte e tetti di cristallo che separano l’Italia dall’Europa”, Il Sole 24 Ore
  • 19 febbraio 2025 – “In Italia il 36% dei manager è donna, ma la parità sul lavoro è ancora lontana”, ANSA
  • 1 marzo 2025 – “Donne e lavoro: la parità salariale è ancora lontana”, Quotidiano Nazionale
  • 7 marzo 2025 – “8 marzo, Valore D: aumentare donne nel lavoro e garantire che progrediscano nella loro carriera”, Adnkronos
  • 8 marzo 2025 – “Italia, il lavoro è (ancora) un affare da uomini”, Panorama
  • 8 marzo 2025 – “Donne e lavoro, l’Italia resta fanalino di coda nella UE”, Il Fatto Quotidiano