Narrazioni e potere nei media contemporanei.

di Elena Codeluppi.

Norman Fairclough sostiene che il discorso mediatico non si accontenta di descrivere i fatti, ma li modella e li interpreta, scegliendo quali elementi enfatizzare e quali marginalizzare, indirizzando così l’attenzione verso specifici aspetti della realtà e, al tempo stesso, oscurandone altri. Questa selezione non è mai casuale, ma segue logiche di potere e dinamiche sociali che rendono alcune narrazioni più accettabili di altre. Fairclough inserisce questa prospettiva all’interno dell’Analisi Critica del Discorso (CDA), un campo di studi che si interroga su come il linguaggio sia un veicolo di potere e ideologia, capace di influenzare la percezione della realtà e di legittimare assetti sociali esistenti.

Se i media decidono di inquadrare un fenomeno migratorio come un’”invasione”, utilizzeranno termini come ondata, flusso incontrollato, crisi, mentre se lo inquadrano come una questione umanitaria, ricorreranno a espressioni come salvataggio, accoglienza, rifugiati in cerca di protezione. Queste scelte non sono semplicemente stilistiche, ma attivano schemi cognitivi preesistenti negli spettatori, condizionando la loro percezione del fenomeno e delle possibili risposte politiche.

Fairclough afferma che il discorso è allo stesso tempo costituito e costituente della società: da un lato, il modo in cui le persone parlano e scrivono è influenzato dalle strutture sociali (ad esempio, la politica, l’economia, il genere), ma dall’altro, il discorso stesso contribuisce a plasmare e mantenere tali strutture. Questo implica una relazione dialettica tra linguaggio e società, in cui il discorso può sia riprodurre che sfidare le relazioni di potere esistenti.

Nel suo modello analitico, Fairclough distingue due livelli principali di analisi: il livello testuale e il livello intertestuale. Il primo si concentra sulle caratteristiche linguistiche di un testo, come la grammatica, il lessico e la sintassi, evidenziando il modo in cui costruiscono significati particolari. Il secondo, invece, analizza come un testo si collega ad altri discorsi e narrazioni diffuse nella società, contribuendo alla costruzione di ideologie dominanti.

Per comprendere meglio il funzionamento di questi livelli, Fairclough propone tre concetti chiave: generi, discorsi e stili. I generi rappresentano i diversi modi di interazione sociale attraverso il linguaggio, come un’intervista, un dibattito politico o un articolo di giornale. I discorsi si riferiscono ai modi di rappresentare la realtà all’interno di un testo, ad esempio, il modo in cui i media descrivono i migranti può variare da un discorso securitario a uno umanitario. Infine, gli stili riguardano il modo in cui i soggetti costruiscono la propria identità attraverso il linguaggio, ad esempio scegliendo di utilizzare un linguaggio formale o informale.

L’analisi di un testo attraverso la CDA non si limita alla descrizione delle sue caratteristiche linguistiche, ma cerca di rivelare le ideologie sottostanti e il modo in cui il linguaggio contribuisce a normalizzarle. Questo è particolarmente evidente quando si analizzano fenomeni come la rappresentazione della violenza di genere nei media: il fatto che un femminicidio venga descritto come un raptus o una tragedia familiare sposta l’attenzione dalla responsabilità individuale e dalle cause strutturali a una visione fatalistica e depoliticizzata del fenomeno.

L’agenda setting e il priming sono strumenti complementari all’analisi critica del discorso. Il primo evidenzia come i media selezionino e diano priorità a certe notizie, influenzando così l’importanza percepita di un argomento. Il secondo riguarda il modo in cui l’esposizione ripetuta a determinati concetti o parole può influenzare il pensiero del pubblico, rendendolo più incline ad associare fenomeni diversi tra loro.

Attraverso l’uso congiunto di questi strumenti, la CDA permette di smascherare le strutture di potere nascoste nel linguaggio e di riflettere criticamente su come i media influenzano la nostra percezione della realtà. Questo approccio non si limita a una lettura passiva del discorso, ma invita il lettore a interrogarsi su come le parole possano plasmare la società e su come sia possibile proporre narrazioni alternative più eque e inclusive.

Come condurre un’analisi del discorso giornalistico 

Per condurre un’analisi linguistica utilizzando l’Analisi Critica del Discorso (CDA) di Norman Fairclough, in combinazione con i concetti di framing di Erving Goffman e i modelli di agenda setting e priming, è fondamentale seguire un approccio strutturato che permetta di comprendere come il linguaggio costruisca una determinata visione della realtà. Questo metodo non si limita a descrivere il contenuto di un articolo, ma ne esamina il linguaggio, le scelte lessicali e sintattiche, il modo in cui le informazioni vengono organizzate e quale narrazione viene privilegiata.

1. Contestualizzare l’articolo

L’analisi inizia con la contestualizzazione del testo. È importante identificare la testata giornalistica e il suo orientamento: una fonte istituzionale, come il Corriere Nazionale, avrà un approccio differente rispetto a una testata indipendente o di nicchia, come Ultima Voce. Anche la data di pubblicazione gioca un ruolo cruciale: un articolo pubblicato in concomitanza con eventi simbolici (come la Giornata contro la Violenza sulle Donne o un’emergenza migratoria) avrà un impatto e una rilevanza differenti rispetto a uno pubblicato in un momento di relativa calma politica. È poi necessario individuare il tema principale e i soggetti coinvolti: chi è al centro della narrazione? Chi viene citato come fonte autorevole? Chi invece viene escluso dal discorso?

2. Esaminare il linguaggio e le scelte lessicali

L’uso delle parole è determinante nella costruzione del significato. Alcuni termini ricorrenti aiutano a delineare il modo in cui il fenomeno viene inquadrato. Ad esempio, nei discorsi sulla migrazione, parole come ondata, flusso ed emergenza evocano un’immagine di pericolo e disordine, mentre termini come rifugiati, accoglienza e salvataggio spostano l’attenzione su un approccio umanitario. Lo stesso vale per la violenza di genere: definire un femminicidio come tragedia familiare riduce la portata strutturale del fenomeno, mentre l’uso del termine raptus individualizza il problema e distoglie l’attenzione da dinamiche sociali più ampie. Anche nel caso dell’abilismo, il linguaggio può rafforzare stereotipi: narrazioni che presentano le persone con disabilità come eroi della quotidianità rischiano di enfatizzare un’ottica paternalistica, piuttosto che sottolineare la necessità di politiche inclusive.

Non solo il lessico, ma anche la costruzione grammaticale ha un ruolo chiave. L’uso di frasi passive, come “è stata aggredita”, tende a nascondere il soggetto agente, mentre una frase attiva come “l’uomo ha ucciso la compagna” esplicita la responsabilità. L’inserimento di aggettivi contribuisce a costruire un giudizio implicito: definire un migrante clandestino piuttosto che richiedente asilo cambia radicalmente la percezione del lettore.

3. Individuare il framing della notizia

Ogni articolo inquadra la realtà attraverso un’interpretazione specifica, influenzando il modo in cui il lettore percepisce il fenomeno. Il framing di Erving Goffman aiuta a comprendere come un evento possa essere raccontato da angolazioni diverse. Se un flusso migratorio viene descritto come un’invasione, il frame scelto è securitario e sposta l’attenzione sulla necessità di controllo; se lo stesso evento è descritto come una crisi umanitaria, il frame enfatizza invece la protezione e i diritti umani. Nel caso della violenza di genere, parlare di raptus suggerisce che il fenomeno sia un episodio isolato e imprevedibile, mentre definirlo violenza strutturale evidenzia il legame con dinamiche culturali e sociali.

Osservare il titolo e il sottotitolo è fondamentale, perché sono le prime informazioni che il lettore assimila. Alcuni titoli enfatizzano la drammaticità della notizia, puntando su un impatto emotivo, mentre altri scelgono un approccio più analitico e informativo. È altrettanto importante esaminare chi prende parola nell’articolo: vengono citati esperti, attivisti, politici? Sono incluse le voci delle persone direttamente coinvolte? Se si parla di violenza sulle donne senza dar voce alle vittime o alle associazioni che si occupano di contrasto alla violenza, si costruisce un racconto in cui il fenomeno viene analizzato solo dall’esterno.

4. Analizzare agenda setting e priming

L’agenda setting, teorizzata da McCombs e Shaw, si basa sull’idea che i media non ci dicono cosa pensare, ma su cosa pensare. La scelta di inserire un articolo in prima pagina o in una sezione secondaria, il modo in cui la notizia viene collegata ad altri eventi e il tempo che le viene dedicato contribuiscono a determinarne l’importanza percepita. Se un femminicidio viene associato a un discorso sull’immigrazione, si suggerisce implicitamente un collegamento tra le due questioni, anche in assenza di dati che confermino tale relazione.

Il priming, invece, riguarda il modo in cui l’esposizione ripetuta a certi concetti influenza la percezione del pubblico. Se un giornale pubblica frequentemente articoli che accostano immigrazione e criminalità, il lettore tenderà a stabilire automaticamente una connessione tra questi due fenomeni. Lo stesso avviene con il discorso sulla disabilità: se i media raccontano prevalentemente storie di persone straordinarie che superano i propri limiti, il focus sarà sull’aspetto individuale piuttosto che sulle barriere sistemiche che creano disuguaglianza.

5. Riconoscere l’ideologia sottostante

A questo punto, è possibile trarre delle conclusioni. Ogni articolo, attraverso il linguaggio e la selezione delle informazioni, promuove una visione del mondo e un determinato sistema di valori. Alcuni testi confermano l’ideologia dominante, rafforzando narrazioni già diffuse, mentre altri la mettono in discussione, proponendo prospettive alternative. Un buon esercizio è chiedersi: come sarebbe stata raccontata questa stessa notizia da un’altra testata? Cosa sarebbe cambiato se il frame fosse stato diverso? Esistono dati o informazioni mancanti che avrebbero potuto offrire un quadro più completo?

Un caso concreto: il racconto giornalistico e i migranti

Proviamo ad analizzare l’articolo “Meloni parla di immigrati e violenza sulle donne: è bufera”, pubblicato dal Corriere Nazionale il 25 novembre 2024, si inserisce in un contesto altamente simbolico: la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. La scelta della testata di accostare nel titolo il tema dell’immigrazione a quello della violenza di genere suggerisce fin da subito un’impostazione narrativa precisa. L’uso della parola “bufera” anticipa un quadro di scontro e polemica, attirando l’attenzione del lettore su un dibattito acceso piuttosto che sul contenuto delle dichiarazioni di Meloni. Il framing scelto orienta il discorso non tanto sulla violenza di genere come fenomeno strutturale, quanto sulla sua connessione con la questione migratoria, un accostamento che ha precise implicazioni ideologiche.

Scorrendo il testo, emerge un lessico fortemente marcato sul piano emotivo. L’espressione “immigrazione incontrollata”, se effettivamente presente nell’articolo, costruisce un frame di emergenza e insicurezza, evocando implicitamente un’immagine di caos. Il concetto di “crimine” e “emergenza sicurezza”, se utilizzato nel discorso della premier e ripreso dal giornale senza problematizzarlo, rinforza l’idea di un legame causale tra immigrazione e violenza sulle donne. Questo tipo di linguaggio non è neutro: scegliendo di adottare un vocabolario di allarme e pericolo, l’articolo sposta l’attenzione dalle responsabilità sistemiche della violenza di genere – come il sessismo e la cultura patriarcale – per radicarle invece in una specifica categoria sociale, quella degli immigrati.

La costruzione sintattica gioca un ruolo altrettanto significativo. Se l’articolo utilizza frasi come “le donne subiscono violenze”, impiega una struttura passiva che oscura il soggetto agente, ovvero chi perpetra la violenza. Questo tipo di scelta linguistica è un meccanismo tipico del discorso giornalistico sulla violenza di genere, che spesso tende a spersonalizzare la figura del colpevole e a rendere la violenza un fenomeno astratto, piuttosto che il risultato di precise dinamiche sociali e culturali. Se, al contrario, si enfatizzano espressioni come “gli immigrati irregolari sono responsabili di un aumento delle aggressioni”, allora il soggetto agente viene messo in primo piano e la costruzione della notizia diventa fortemente orientata verso un frame securitario e di allarme sociale.

Questa operazione si collega direttamente alla teoria del framing di Erving Goffman. Ogni evento può essere raccontato da angolazioni diverse e la cornice interpretativa scelta determina la percezione del lettore. In questo caso, l’accostamento tra immigrazione e violenza di genere spinge verso una lettura che enfatizza la minaccia esterna piuttosto che le radici sociali della violenza. L’Agenda Setting, come teorizzato da McCombs e Shaw, evidenzia come la selezione degli argomenti nell’informazione indirizzi l’attenzione pubblica su certi aspetti della realtà a discapito di altri. Il fatto che in un articolo dedicato alla violenza sulle donne si introduca il tema dell’immigrazione dimostra un chiaro tentativo di guidare il dibattito verso una specifica agenda politica. La violenza di genere, in questo caso, non è affrontata come una problematica sistemica, ma diventa un tassello di una narrazione più ampia che mira a legittimare politiche restrittive sull’immigrazione.

Anche il priming gioca un ruolo centrale in questa dinamica. L’accostamento ripetuto di parole chiave come “immigrazione”, “insicurezza” e “violenza sulle donne” attiva nella mente del lettore schemi cognitivi preesistenti, rafforzando associazioni tra questi fenomeni. Se un lettore è già esposto a discorsi pubblici che dipingono l’immigrazione come un fattore di instabilità sociale, un articolo come questo non fa altro che consolidare tali percezioni, orientando la sua reazione emotiva e cognitiva.

L’analisi critica del discorso permette di smascherare questi meccanismi, evidenziando come il linguaggio non sia mai neutro, ma sempre intriso di potere e di strategie retoriche che influenzano la percezione collettiva di fenomeni complessi.