di Elena Codeluppi.
Questa riflessione nasce dal confronto con il mio gruppo di lettura, ma me ne assumo tutta la responsabilità. E potrei anche cambiare idea.
La crisi che ha coinvolto Chiara Valerio e la fiera Più Libri Più Liberi rappresenta un caso emblematico di come una scelta organizzativa possa mettere in discussione l’identità culturale di un evento e la reputazione della sua curatrice. Tutto ha avuto origine dall’invito al filosofo Leonardo Caffo, sotto processo per maltrattamenti e lesioni aggravate nei confronti della sua ex compagna.
In un’edizione della fiera in cui la lotta contro la violenza di genere occupava un ruolo centrale, questa scelta è stata percepita da molti come un atto di incoerenza. La memoria di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio, ha assunto un valore simbolico rilevante, ma la fiera ospita anche numerosi eventi dedicati al femminismo, alla sensibilizzazione contro la violenza sulle donne e alla promozione della parità di genere. L’inclusione di una figura controversa come Caffo ha generato una frattura tra i valori dichiarati della fiera e la percezione pubblica delle sue decisioni.
La reazione è stata immediata: autori come Zerocalcare, Fumettibrutti ed altri hanno annullato la loro partecipazione in segno di dissenso, il pubblico si è diviso tra sostenitori e critici, e le polemiche si sono concentrate su Chiara Valerio, accusata di aver tradito l’identità valoriale dell’evento. La curatrice ha difeso l’invito appellandosi al principio della presunzione d’innocenza e al diritto di parola, ma questa posizione non è bastata a placare le critiche, sollevando interrogativi più ampi sulla gestione della crisi e sul rapporto tra libertà di espressione e coerenza valoriale.
La reazione delle case editrici: tra silenzio e prese di posizione
Oltre alla rinuncia degli autori e delle autrici, è interessante osservare come le case editrici abbiano gestito questa crisi. Il loro comportamento si è suddiviso in due principali categorie:
- Il silenzio strategico: alcune case editrici hanno scelto di mantenere un profilo basso, evitando di intervenire pubblicamente sulla questione. Questa strategia sembra dettata dalla volontà di non alimentare ulteriori polemiche e di preservare i vantaggi commerciali legati alla partecipazione alla fiera. Tuttavia, questo silenzio è stato percepito da alcuni come una mancanza di presa di posizione, in contrasto con i valori che molte di queste case editrici dichiarano di sostenere.
- Le dichiarazioni degli autori: altre case editrici hanno permesso ai loro autori di esprimere il dissenso apertamente, trasformando la voce individuale in una posizione critica condivisa. Zerocalcare, rappresentato da Bao Publishing, è stato un esempio emblematico, con il suo gesto di rinuncia che ha avuto una forte eco mediatica. Questa scelta ha messo in luce la tensione tra gli interessi commerciali delle case editrici e il loro impegno etico, evidenziando quanto sia difficile bilanciare questi due aspetti in situazioni di crisi.
La casa editrice che più di tutte mostra la sua fragilità è quella dello stesso Caffo. La pubblicazione di un libro non è mai una scelta neutra soprattutto quando si occupa di saggi e opere di pensiero, si assume la responsabilità di dare spazio a una voce, di amplificare il suo messaggio e, implicitamente, di sostenere la rilevanza nel dibattito culturale. Nel caso di Leonardo Caffo, Raffaello Cortina Editore si è trovata in una posizione ambigua: mentre da un lato ha sostenuto l’autore attraverso la pubblicazione del suo lavoro, dall’altro non ha preso una posizione chiara rispetto alle polemiche scaturite dall’invito a Più Libri Più Liberi.
La scelta di non intervenire, adottata dalla casa editrice, può essere interpretata come una forma di “silenzio strategico”. Questo approccio, comune nel mondo editoriale, mira a ridurre l’esposizione pubblica per evitare di alimentare ulteriori polemiche. Tuttavia, in un caso così carico di simbolismo, il silenzio rischia di essere interpretato come una mancanza di responsabilità.
Uno dei nodi centrali di questa crisi è il conflitto tra valori e mercato. La cultura vive una tensione costante tra il bisogno di sostenibilità economica e l’impegno a promuovere principi progressisti. Eventi come questo cercano di posizionarsi come piattaforme di dibattito inclusivo e progressista, ma le loro scelte sono inevitabilmente influenzate dagli interessi commerciali. Invitare figure controverse può essere una strategia per stimolare visibilità e attirare un pubblico più ampio, ma questo rischia di compromettere la coerenza con i valori dichiarati, alienando una parte significativa del pubblico più attento ai messaggi simbolici. La vicenda ne è un esempio evidente: mentre da un lato si è cercato di mantenere un principio di apertura e garantismo, dall’altro si è sottovalutato l’impatto simbolico che quella scelta avrebbe avuto in un contesto così delicato.
Questa crisi, però, non riguarda solo il rapporto tra valori e mercato, ma chiama in causa anche la responsabilità delle istituzioni culturali. I curatori e gli organizzatori si trovano nella difficile posizione di dover bilanciare il rispetto per il contesto sociale e simbolico con la necessità di garantire la diversità di voci. La leadership culturale richiede una capacità di leggere il contesto e di prendere decisioni che non siano solo strategiche, ma anche etiche, per preservare l’integrità dell’evento e dei suoi valori.
Questa crisi evidenzia il ruolo del pubblico e delle case editrici nel sistema culturale. La cultura non esiste in un vuoto: è il risultato di un dialogo continuo tra chi la produce e chi la fruisce. La vicenda ha mostrato come il pubblico sia sempre più consapevole e attento alla coerenza etica delle manifestazioni culturali. Tuttavia, ha anche messo in luce il ruolo ambiguo delle case editrici, che, pur essendo attori centrali del sistema, spesso preferiscono il silenzio o una dissociazione parziale per evitare di compromettere i propri interessi economici. Questo atteggiamento, benché comprensibile da un punto di vista commerciale, contribuisce a indebolire il sistema culturale, privandolo di prese di posizione chiare e responsabili.
In definitiva, la crisi non è solo di un evento specifico, ma un segnale di allarme per il sistema culturale nel suo complesso. L’interazione tra valori, mercato e pubblico richiede una riflessione profonda su come preservare l’integrità della cultura in un contesto sempre più complesso e polarizzato.
Un programma ricco di eventi dedicati ai temi di genere
Paradossalmente, questa crisi ha oscurato il ricco programma di eventi che metteva al centro proprio i temi legati alla violenza di genere, al femminismo e alla lotta per l’uguaglianza. Tra gli appuntamenti di maggior rilievo spiccavano:
- “Fare femminismo” di Giulia Siviero, un incontro dedicato alla rilettura critica del femminismo contemporaneo e alla sua evoluzione nei movimenti sociali e culturali.
- “Sopravvissute. La violenza narrata dalle donne” di Flaminia Saccà e Rosalba Belmonte, che affrontava la violenza di genere attraverso le testimonianze delle donne che l’hanno subita.
- “Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili” di Carolina Capria, una riflessione sulla battaglia per i diritti e la dignità delle donne.
- L’omaggio a Michela Murgia, figura simbolo del femminismo contemporaneo, che celebrava la sua eredità culturale e intellettuale.
Questi eventi avrebbero dovuto essere il cuore dell’edizione, ma sono stati messi in secondo piano dalle polemiche legate alla decisione di includere un autore così controverso. Questo contrasto ha ulteriormente amplificato la percezione di incoerenza tra i valori promossi e le scelte operative della fiera.
Un’analisi semiotica della crisi
ll quadrato semiotico è uno strumento prezioso per analizzare la crisi di Più Libri Più Liberi perché permette di mappare in modo chiaro le relazioni tra i valori, i conflitti e i protagonisti coinvolti. Questa struttura consente di visualizzare le tensioni fondamentali – come quelle tra coerenza e incoerenza, libertà di espressione e richiesta di esclusione – e di comprendere come ogni attore o brand si posizioni rispetto agli altri.
L’uso del quadrato semiotico offre una prospettiva strutturata per analizzare la complessità di questa crisi, rendendo esplicite le contraddizioni e le complementarità tra i poli. Non si limita a descrivere le dinamiche in gioco, ma le colloca all’interno di un sistema di significati, evidenziando il ruolo di ogni attore come portatore di un’identità valoriale.
In un contesto come questo, dove le percezioni pubbliche sono modellate dalle narrative di autori, organizzatori, case editrici e pubblico, il quadrato semiotico permette di collegare simbolicamente le scelte pratiche agli impatti culturali e comunicativi, offrendo una chiave di lettura che va oltre la superficie delle polemiche.
Nel quadrato semiotico che descrive la crisi di Più Libri Più Liberi, tutti i poli sono rappresentati da brand culturali, ciascuno con una propria identità e narrativa. Gli autori che hanno rinunciato, come Zerocalcare, incarnano brand individuali costruiti sulla coerenza etica e su valori progressisti, rafforzati dal loro dissenso pubblico. Chiara Valerio, a sua volta, è un brand intellettuale basato sull’idea di dialogo e libertà di espressione, ma vulnerabile quando percepita come incoerente rispetto ai valori che rappresenta.
Anche Più Libri Più Liberi è un brand, fondato su inclusione e sensibilità sociale, la cui immagine è stata messa in crisi dalla percezione di incoerenza emersa dal caso Caffo. Infine, il pubblico critico agisce come un brand collettivo, rappresentando un’attenzione costante ai temi etici e simbolici, rafforzando la propria identità attraverso richieste di coerenza e responsabilità.
Questa dinamica mostra come, nel contesto culturale contemporaneo, ogni attore pubblico diventi un brand, riconoscibile e influente, le cui azioni e narrative modellano le percezioni del pubblico e le tensioni all’interno del sistema culturale.
- S1 (Coerenza valoriale): gli autori che hanno rinunciato incarnano la difesa dei valori della fiera. La loro protesta non è una condanna del progetto, ma un atto di dissenso verso decisioni percepite come incoerenti rispetto alla lotta contro la violenza di genere.
- S2 (Libertà di espressione): Chiara Valerio ha difeso l’invito a Caffo sostenendo il principio della presunzione d’innocenza e il diritto alla parola, mettendo al centro la libertà di pensiero.
- Non-S1 (Incoerenza percepita): il brand Più Libri Più Liberi si trova in una posizione ambigua. Nonostante il programma ricco di eventi femministi, l’invito a Caffo ha creato una frattura con i valori dichiarati.
- Non-S2 (Censura o esclusione): Una parte del pubblico critico ha richiesto una posizione più netta, preferendo l’esclusione di figure controverse per proteggere l’integrità simbolica dell’evento.

Il quadrato semiotico evidenzia come i conflitti tra coerenza, libertà e percezioni del pubblico abbiano alimentato la crisi.
Il conflitto tra branding e marketing: una lezione per il futuro
Nel contesto della crisi di Più Libri Più Liberi, il polo della libertà di espressione, incarnato da Chiara Valerio, si è trovato ad assumere tutte le responsabilità, spesso a discapito delle case editrici o di altri soggetti coinvolti. Questo accade perché, nonostante la libertà di espressione sia un principio fondamentale, è percepita come una scelta diretta e personale, attribuibile immediatamente a chi la difende. Di conseguenza, il peso delle critiche ricade quasi interamente su Valerio, mentre altri attori restano in secondo piano.
Chiara Valerio, come curatrice e volto pubblico della fiera, è diventata il simbolo delle scelte operate, inclusa quella controversa di invitare Leonardo Caffo. Le case editrici, che giocano un ruolo cruciale nel legittimare autori e opere, hanno scelto di mantenere un profilo basso, evitando di intervenire nel dibattito pubblico. Questo silenzio strategico ha lasciato Valerio sola a gestire le polemiche, scaricando implicitamente su di lei l’onere di giustificare scelte che non sono esclusivamente personali, ma frutto di un sistema più ampio.
La libertà di espressione, pur essendo un valore universale, è polarizzante. In un contesto delicato come quello della fiera, il suo richiamo può essere interpretato in modi opposti: da alcuni come un gesto di coraggio e apertura, da altri come una mancanza di sensibilità rispetto ai temi etici e simbolici, come la lotta contro la violenza di genere. Questo rende chi difende la libertà di espressione particolarmente vulnerabile alle critiche, soprattutto quando il pubblico si aspetta scelte più allineate a valori dichiarati.
Nel sistema culturale contemporaneo, si tende spesso a personalizzare le scelte di principio, rendendo meno visibili altri attori come le case editrici o le istituzioni. Questo lascia chi assume pubblicamente la difesa della libertà di espressione, come Chiara Valerio, a portare un carico sproporzionato di responsabilità. Da un lato, questa posizione rafforza la sua immagine di intellettuale impegnata e coerente con il valore del dialogo; dall’altro, la espone a un rischio reputazionale elevato, perché le conseguenze pratiche delle scelte finiscono per essere associate unicamente a lei.
Per evitare che la libertà di espressione diventi un principio difeso in solitudine, è necessario che la responsabilità sia condivisa tra tutti gli attori del sistema culturale: dalle case editrici al pubblico, fino agli altri organizzatori. Solo così è possibile mantenere un equilibrio tra il rispetto dei principi fondamentali e la gestione delle sensibilità sociali, evitando che il peso delle decisioni ricada interamente su un’unica figura.