di Elena Codeluppi
La missione dichiarata di Post-Colonia, evento organizzato da Lama, agenzia sociale, va oltre il semplice evento culturale: il festival intende attivare un processo di rigenerazione urbana partecipata in cui la comunità locale diventa protagonista. Il festival diventa “festa” innescando stupore e ricordi nelle migliaia di persone accorse per visitare la Torre Fiat chiusa per anni ai cittadini ma mantenuta viva come luogo di ospitalità.
Post-Colonia nasce dal desiderio di un gruppo di amici di Massa e professionisti dell’arte e della cultura di restituire valore al proprio territorio. Un patrimonio architettonico che si erge tra la Alpi Apuane e il mare come un confine invalicabile e forse aggressivo verso la pineta che prima lo abitava. Si tratta di un progetto pensato dal basso, dall’impegno di chi vive (o ha vissuto) quei luoghi e li sente propri conoscendone limiti e potenzialità. Significativo è il fatto che durante la settimana siano accorse oltre 6000 persone in meno di due ore: un segnale forte di come la cittadinanza non voglia più essere spettatrice passiva, ma parte attiva del cambiamento.
In passato strutture come l’ex Torre Fiat – oggi Torre Marina, cuore del festival – nacquero entro visioni top-down: la colonia marina fu costruita nel 1933 per volontà del senatore Agnelli, incarnando il senso di ordine e controllo tipici dello spirito fascista. Progettata negli anni Trenta dall’architetto Vittorio Bonadè Bottino, la Torre Marina è un esempio di architettura razionalista: una struttura bianca di sedici piani, collegati da una rampa elicoidale, che si erge come un faro sulla riviera apuana. Originariamente destinata ai figli dei dipendenti Fiat, Non a caso la Torre, sviluppata per ospitare oltre 800 posti letti, era pensata come un unico dormitorio. Oggi questi edifici monumentali si ergono spesso come “totem alieni” nel paesaggio, lasciando uno “strappo visibile” nel tessuto urbano quando vengono abbandonati (come accaduto per lo colonie Torino e Motta a fianco della Torre Fiat).

Post-Colonia ha proposto di ricucire quello strappo invertendo il paradigma: al modello top-down si sostituisce un approccio inclusivo e orizzontale, in cui il territorio si riappropria dei suoi spazi attraverso l’arte, il dialogo e l’immaginazione collettiva. La città pubblica diventa tema centrale, esplorata in incontri sulla pianificazione partecipata e sugli usi temporanei dei beni comuni dismessi anche con il coinvolgimento dei giovanissimi che hanno partecipato ai laboratori di mappatura del territorio.
Nei workshop di immaginazione civica e nelle passeggiate collettive, residenti e visitatori insieme mappano il luogo e provano a risemantizzare lo spazio ripensandolo per la comunità. Perfino momenti conviviali come la cena finale nella mensa, invitano i partecipanti a rivivere esperienze comunitarie del passato e per alcuni – me compresa – della propria infanzia.
L’esperienza è una vera e propria operazione di presa di responsabilità collettiva verso il territorio che, non solo è stato scoperto e analizzato, ma anche riconsegnato agli abitanti finalmente attivi e propensi a prendersi cura degli spazi relitto di un passato ormai lontano. Post-Colonia in questo senso non è soltanto un festival, ma un esercizio di cittadinanza attiva e crea uno spazio temporaneo in cui si sperimentano pratiche di cooperazione e dialogo replicabili anche dopo la chiusura dell’evento.

Dai workshop e dagli incontri emerge un’idea di rigenerazione urbana come atto condiviso: un patto narrativo in cui memoria e futuro si incontrano, e in cui ogni voce – dal cittadino alla pubblica amministrazione – contribuisce a riscrivere la storia di uno spazio. Come durante la performance The Looper dell’artista visivo Aldo Giannotti, insieme a Paolo Monti e Karin Pauer, che attraverso microfoni aperti ha invitato i partecipanti a creare la stessa esperienza sonora che ha riempito la Torre, le stanze e le antiche memorie.
